LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D’AMERICA E IL NOSTRO DESTINO di Moreno Pasquinelli

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GermaniaRIFLESSIONI SUL FALLIMENTO DEL G7 DI TAORIMINA E LE SUE CONSEGUENZE GEOPOLITICHE

Ricordo una delle diatribe che divideva negli anni ’70 e ’80 i trotskysti buoni da quelli cattivi.

I cattivi erano favorevoli alla riunificazione delle due germanie, anche ove fosse avvenuta sotto l’egida di quella occidentale.
I buoni, invece, erano contrari, e per tre ottimi motivi, uno sociale e due di natura geopolitica. La riunificazione su basi capitalistiche avrebbe necessariamente distrutto il tessuto economico collettivistico della DDR causando la sua mezzogiornificazione. Le due ragioni geopolitiche son presto dette: la riunificazione sotto l’egida della Germania occidentale avrebbe sferrato un colpo micidiale immediato all’Unione sovietica (ciò che è avvenuto dopo un paio d’anni) e, sul medio periodo, portato ineluttabilmente alla rinascita di un potente imperialismo tedesco. E questo, in effetti, sta avvenendo sotto i nostri occhi.
Questa rinascita, qui sta il punto, è avvenuta sotto traccia, è proceduta per piccoli passi, camuffandosi sotto le mentite spoglie dell’Unione europea, crescendo sotto l’ombrello della NATO. C’è una connessione causale evidente tra la riunificazione tedesca (1989-90) e il passaggio dalla Comunità all’Unione europea (1992-93). Senza la riunificazione prima e la fondazione dell’Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E’ diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l’Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.
I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco. Ma che tipo di imperialismo è quello tedesco odierno? Lenin segnalò cinque principali contrassegni del fenomeno dell’imperialismo:

1. La concentrazione della produzione e del capitale, che è cresciuta al punto di creare i monopoli;
2. La fusione del capitale bancario con il capitale industriale, con la formazione del “capitale finanziario”;
3. La maggiore importanza dell’esportazione di capitali rispetto all’esportazione di merci;
4. Il sorgere di associazioni monopolistiche di capitalisti che si spartiscono il mondo;
5. La ripartizione della terra fra grandi potenze capitalistiche.

Il grado di concentrazione del sistema economico tedesco, la potenza del suo sistema industriale e finanziario, la dimensione enorme della sua penetrazione economica all’estero, fanno appunto  della Germania la di gran lunga principale potenza imperialistica europea. Il fatto che questa penetrazione non sia avvenuta in Asia o in Africa, a spese delle periferie “arretrate”, ma anzitutto parassitando l’Europa e gli stessi Stati Uniti è la novità rispetto ai tempi di Lenin,

quando le potenze imperialistiche si combattevano per ripartirsi su basi neo-colonialistiche il mondo.
Qui sta il punto, a proposito del fallimento del G7 di Taormina. La Merkel ha trovato in Trump —gli altri capi di stato e di governo sono quasi tutti ai suoi piedi— un muro che non ha alcuna speranza di varcare. La portata della contesa e del dissidio tra la Grande Germania merkeliana e gli Stati Uniti d’America di Trump è ben espressa dall’articolo di Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri, 29 maggio. Raccomando di leggerlo con attenzione, per questo lo riporto integralmente più sotto.
Cosa c’è oltre questa contesa? Oltre questo muro?
C’è la necessità della Germania di sganciarsi dalla sudditanza strategica e militare rispetto agli Stati Uniti. C’è la strada lunga e insidiosa del riarmo. Sullo sfondo questa strada conduce ad un inevitabile e devastante conflitto militare. Un conflitto che rischia di sfociare giocoforza su due fronti, a Ovest contro gli Stati Uniti e ad Est contro l’orso russo. E quindi la Grande Germania andrebbe inesorabilmente incontro ad una terza e più devastante sconfitta.
Non lo sa la Merkel? Oh sì che lo sa, come lo sanno al Pentagono e al Cremlino.
E allora? E allora addio sogni di gloria, l’imperialismo tedesco dovrà accettare la sua posizione di nano politico e militare, a meno che il latente suprematismo nazionalista tedesco, giungendo al potere a Berlino, non trasformerà l’ordoliberismo in un Quarto Reich.  E non sarà certo la Force de frappe francese a fare da scudo alle sue smanie espansionistiche. Non basta alla Germania il predominio nella Ue, gli servirebbe conquistare quello nello schieramento della NATO. Cosa teoricamente possibile, ma solo ad una condizione, un veloce declino della supremazia mondiale degli Stati Uniti. La qual cosa non mi pare sia alle porte. E comunque l’elezione di Donald Trump è il segno netto che l’America venderà cara la pelle e non cederà il comando senza combattere. Tutte cose che a Berlino sanno bene, per questo puntano ad un’affrancamento dagli USA a dosi omeopatiche, ciò che comunque implica la condivisione di questo disegno strategico dei principali paesi europei, tra cui l’Italia.
E qui veniamo finalmente a noi.
Sappiamo quanto sia forte anche nel nostro disgraziato Paese quello che abbiamo chiamato “Partito tedesco”. Ci riferiamo a quella frazione del grande capitalismo che ha sposato la causa della saldatura definitiva con la Germania. I caporioni di questo partito li si riconosce facilmente, sono gli euristi-estremisti, quelli per cui, parafrasando Mao Zedong, “anche le scoregge dei tedeschi profumano”. Sono i milionari annidati nel mondo bancario e della finanza, della grande industria globalizzata e di quella media e piccola che si allattano alle mammelle tedesche. Sono i politicanti ed i pennivendoli al loro servizio (di cui, per inciso, fa parte anche Fubini), che pullulano al centro, a sinistra e a destra. Sono gli ordoliberisti per cui l’austerità auto-inflitta è la sola terapia salvifica. Sono gli ascari che non vogliono ammettere che un’Europa unita non nascerà mai, men che meno sotto comando tedesco, sono i ciechi che confondono il predominio con l’egemonia — e la Germania è stata sempre maestra nel dominare, e sempre incapace di esercitare egemonia.
Tuttavia nell’establishment c’è lotta, c’è dissidio, poiché c’è anche il “Partito americano”. Una parte della nostra élite ha chiara consapevolezza che il sodalizio con la Germania, quindi la distopia di un’Europa rafforzata, relegherebbe il nostro Paese a protettorato tedesco, ad un inesorabile declino, alla crescita del divario tra Nord e Sud, quindi ad un inevitabile marasma sociale. Non che quelli del “Partito americano” siano stinchi di santo, men che meno dei patrioti, tuttavia la loro ritrosia a servire la Grande Germania fa gioco alla causa sovranista, nazionale e popolare. Non solo è bene che i nostri nemici siano divisi e si combattano. Vale la massima di Sun Zu per cui un nemico lontano è preferibile ad uno vicino.
Come andrà a finire lo vedremo nei prossimi decenni. Sarà pure come disse Confucio che “L’esperienza è una lanterna appesa dietro la schiena, che illumina solo il cammino già percorso”, la storia, la storia europea in particolare, comunque qualcosa insegna. E cosa c’insegna di importante? Che l’Italia, potenza mediterranea, proprio perché costretta a guardare a Nord, mai accetterà di diventare provincia tedesca. Di esempi ce ne sarebbero tanti nella storia millenaria europea, ce ne bastano due, quelli del primo e del secondo conflitto mondiale. L’Italia monarchica e poi quella fascista, quindi sotto la spinta, la trama e le congiure del “partito tedesco”, nel primo caso ruppe la “Intesa” che legava il paese alla Germania all’ultimo momento, nel secondo entrò in guerra come alleata di Berlino, ma la concluse come nemica.

Ipsa historia repetit …

* * *
Tutti i numeri di uno scontro (che ci riguarda)
di Federico Fubini

«Su un punto Donald Trump e Angela Merkel si sono trovati d’accordo alla fine del vertice delle sette grandi economie avanzate a Taormina: non era il caso di parlare oltre. Per la prima volta da quando esiste il G7, un presidente Usa e un cancelliere tedesco se ne sono andati entrambi senza accettare domande in pubblico.Ciò che avevano già detto era già abbastanza. Durante la cena dell’Alleanza atlantica a Bruxelles giovedì sera Trump aveva descritto «i tedeschi» così: «Sono pessimi. Guardate quanti milioni di auto ci vendono negli Stati Uniti. È tremendo. Fermeremo questa storia».

A Taormina Merkel ha definito la polemica «fuori luogo» e si è limitata a sottolineare come la qualità dei prodotti tedeschi li renda ricercati all’estero. Poi però ieri, rientrata in Germania, ha avuto qualcosa da aggiungere: «I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono finiti, come ho potuto toccare con mano negli ultimi giorni — ha detto —. Noi europei dobbiamo davvero prendere il destino nelle nostre mani».

Merkel dunque non dimenticherà. E il fatto stesso che la polemica si sia consumata a Taormina rimanda simbolicamente agli italiani una verità scomoda: comunque vada a finire, sarà decisiva anche per noi. Lo sarà sia che prevalga lo status quo, sia che davvero Trump riesca a gettare sabbia negli ingranaggi degli scambi fra le economie avanzate.

Chiunque governi in Italia nei prossimi mesi, dovrà chiedersi da che parte sta. E se non è possibile farlo sulla base dei valori, in Paese profondamente diviso, allora diventa inevitabile scegliere una posizione sulla base dei fatturati e degli interessi. Questi dicono che l’Italia oggi sta con la Germania, quali che siano i giudizi dei singoli su Merkel e le idee diverse di Roma e Berlino sul futuro dell’euro. Sulla base delle realtà commerciali di questa fase, l’interesse italiano nei confronti degli Stati Uniti è molto simile all’interesse tedesco. E ogni passo indietro del made in Germany nel primo mercato del mondo rischierebbe di diventare presto un passo indietro anche per il made in Italy .

La dinamica dell’export di beni verso gli Stati Uniti segnala che la seconda economia manifatturiera d’Europa potrebbe addirittura avere qualcosa in più da perdere della prima, se gli scambi internazionali rallentassero. Dal 2010 al 2016 l’export di beni italiani in America è cresciuto del 59% in dollari correnti, secondo lo US Census Bureau: un’accelerazione superiore a quella della Germania (39%) e di altre grandi economie manifatturiere. Anche il surplus commerciale bilaterale dell’Italia con gli Stati Uniti è simile a quello tedesco, proporzione alle dimensioni dei due Paesi: arriva all’1,8% del reddito nazionale tedesco a all’1,5% di quello italiano.

Naturalmente i volumi restano diversi. L’anno scorso il made in Germany ha fatturato negli Stati Uniti beni per 114 miliardi di dollari, contro acquisti tedeschi di prodotti industriali americani per soli 49 miliardi. Il made in Italy ha venduto per 45 miliardi, mentre gli italiani hanno comprato beni manufatti statunitensi per appena 16. Si tratta in ogni caso di dimensioni sistemiche: l’America ormai è il secondo mercato per l’export italiano dopo la Germania e la sua quota di mercato in quel Paese è molto simile a quelle di Francia e Gran Bretagna.

In altri termini, il governo di Roma potenzialmente è esposto alle stesse accuse di Donald Trump che hanno già coinvolto Angela Merkel. Lo è a maggior ragione perché l’Italia e la Germania sono le due sole grandi economie a non aver aumentato gli ordini di beni americani dopo la Grande recessione. Con un dettaglio in più: l’export di componenti auto made in Italy vale oggi oltre dieci miliardi di euro l’anno ed è diretto soprattutto ai grandi marchi di Stoccarda e della Baviera, che poi rivendono molto negli Usa.

Dunque è inutile chiedersi per chi suona la campana, se e quando davvero Trump riuscirà a intralciare il commercio tedesco: essa suona (anche) per noi».

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