IL PECCATO E LA DISGRAZIA: IL CONVEGNO DI PERUGIA “FUTURO AL LAVORO”

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P101-FUTURO-AL-LAVOROIeri si è svolto a Perugia, promosso dal locale circolo di Programma 101, l’annunciato convegno “Futuro al lavoro” [Nella foto accanto, da sinistra: Marco Veronese Passarella, Carlo Romagnoli, Marcello Teti, Dario Guarascio, Tiziana Ciprini].

In attesa che la video-registrazione dei lavori sia disponibile sul nostro canale You Tube una sintesi degli interventi.

Un bel convegno, quello moderato da Marcello Teti.

Volevamo capire, dalla voce di studiosi e legislatori, come cambiano il lavoro e la vita al tempo della informatizzazione dispiegata. Volevamo quindi comprendere il futuro che ci aspetta. Che società avremo ove nuovi potenti mezzi tecnologici ed i suoi saperi specialistici resteranno monopolio di ristretti gruppi monopolistici globali? Saremo più liberi o più schiavi? Davvero, come sostengono gli apologeti dell’informatizzazione dell’economia, questa non provocherà una disoccupazione di massa permanente? Che fine faranno i diritti sindacali e umani dei lavoratori nelle aziende ad alta automazione? Infine la domanda: siamo sicuri che tutte queste nuove tecnologie, una volta superato l’attuale assetto capitalistico, sono funzionali all’emancipazione dei lavoratori e ad una migliore qualità della vita?

Di straordinaria efficacia è stata la prolusione di Dario Guarascio, il quale, dati ed evidenze empiriche alla mano ha mostrato il “lato oscuro” delle tecnologie digitali, che non sono per niente “neutrali”, poiché concepite, ab origine, come dispositivi per accentuare il comando totalitario del capitale sul lavoro. Il taylorismo digitale accresce non diminuisce lo sfruttamento e l’alienazione dentro i luoghi produttivi. Guarascio ha quindi sottolineato la consustanzialità tra la finanziarizzazione e i quattro giganti della Silicon Valley (G.A.F.A.: Google, Amazon, Facebook e Apple), quanto quindi scienza e saperi siano eterodiretti se non pilotati dagli interessi di chi oggi comanda nel mondo, perciò orientati a perpetuarne il dominio.

Di contro, o se si vuole di lato, alla posizione critica di Guarascio, gli onorevoli Criprini e Gallinella, del Movimento 5 Stelle, hanno invece presentato una visione più ottimistica dei mutamenti in atto, sostenendo che essi non solo sono irreversibili, ma forieri di potenzialità sviluppiste ed emancipatrici.

Marco Veronese Passarella, da macro-economista qual’è, ha ripercorso la storia del pensiero economico sul problema della disoccupazione e delle sue cause, con particolare riferimento alla questione se il macchinismo è destinato o meno a cronicizzare la disoccupazione di massa. Passarella ha contestato, anche rifacendosi a Keynes e  la teoria neoclassica (marginalista), quindi neoliberista, secondo cui il mercato del lavoro è come quello delle merci. Per i neoclassici la quantità domandata aumenta se diminuiscono i prezzi, mentre la quantità offerta aumenta se aumentano i prezzi. Per cui i lavoratori offriranno più lavoro se i salari salgono, mentre le imprese domanderanno più lavoro se i salari reali scendono. Ergo: facile debellare la disoccupazione, basta abbassare i salari e togliere diritti ai lavoratori. Passarella dopo aver ricordato le critiche dell’economista polacco Michał Kalecki — per cui, in condizioni capitalistiche, nemmeno le terapie keynesiane possono davvero portare ad una stabile “piena occupazione”— ha difeso la tesi di Marx (e dell’ultimo Ricardo) secondo cui, in ambiente capitalistico il capitale, tende a sostituire progressivamente “lavoro vivo” con “lavoro morto”, operai con macchine, quindi a produrre disoccupazione crescente. Solo in un’economia di tipo socialista avremo piena occupazione: “basta guardarsi attorno per vedere quanti posti di lavoro ad alta utilità sociale potrebbero essere creati rimpiazzando quelli che automazione e robotica fanno sparire”.
Passarella ha infine risposto agli amici Cinque Stelle: «Il reddito di cittadinanza può essere uno strumento accettabile e utile a tre condizioni: (1) Se almeno all’inizio non viene concepito come sostitutivo di altri elementi dello stato sociale; (2) se viene pensato e applicato assieme ad un Piano per il pieno impiego; (3) se una parte consistente di esso viene erogata non in termini monetari ma di servizi sociali».

Carlo Romagnoli è stato più vicino alla lettura ottimistica di Ciprini e Gallinella sull’uso delle nuove tecnologie digitali. Ha compiuto infatti una difesa delle tesi post-operaiste, quindi in dissenso con Guarascio, per cui, la conservazione dei rapporti sociali capitalistici è messa in discussione dal poderoso sviluppo tecnico-scientifico, il quale, conterrebbe in sé formidabili potenzialità emancipatrici. L’avanzata tecnologica a cui assistiamo, ha sostenuto Romagnoli, non sarebbe il frutto di istanze capitalistiche, bensì al contrario, l’ultima manifestazione del “general intellect”, della potenza della cooperazione sociale. E software ed algoritmi sarebbero promettenti “espansioni macchinistiche dei nostri corpi”. Questo processo sarebbe la piena conferma del paradigma scoperto da Karl Marx, secondo cui l’incessante sviluppo delle forze produttive tende ad abbattere ogni ostacolo, compresi i rapporti di proprietà capitalistici.

Di taglio più filosofico l’intervento di Moreno Pasquinelli.
Egli ha revocato in dubbio l’assunto marxiano secondo cui la madre di tutte le contraddizioni, quindi foriera del salto verso il socialismo, sarebbe quella tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione borghesi. Anche la storia presente ci mostra come invece il capitalismo sia condannato, per sua stessa natura, a promuovere uno sviluppo senza limiti delle forze produttive. Marx si sbagliava sostenendo che ad un certo punto la borghesia sarebbe diventata un freno allo sviluppo di queste forze. Mai come oggi il macchinismo e le potenze tecnologiche hanno assunto tali dimensioni. Tuttavia lo stesso Marx aveva intuito che nelle mani del capitale le potenze tecnologiche potevano diventare potenze distruttive, e che il capitalismo non porta in grembo solo la possibilità del socialismo ma pure la barbarie.
E’ così, infatti. Le scienze, per l’esattezza la tecno-scienza, da strumenti per migliorare la vita dell’uomo sul nostro pianeta, stanno diventando mezzi per stravolgere la natura (dopo averla totalmente soggiogata), e per disumanizzare l’umanità. Il rischio implicito nelle nuove tecnologie è che non solo l’uomo diventi protesi della macchina ma esso stesso oggetto di manipolazione. Occorre porre un limite alla “volontà di potenza” dell’homo capitalisticus, che con la tecnica alimenta l’illusione autodistruttiva di farsi Dio.
Pasquinelli ha quindi concluso che una delle ragioni per cui le sinistre sono in gravissime difficoltà è proprio per questo loro apparire come subalterne alle élite dominanti, perché, in fondo, hanno accettato dopo il mito della modernità, quello della post-modernità, ovvero la religione laica del progresso senza limiti, che ogni manipolazione del mondo sia giustificata. Senza una rivoluzione che sia allo stesso tempo sociale, spirituale ed epistemica, l’orizzonte ineluttabile è quello di un dominio totalitario neo-feduale di una élite tecnocratica che concentrerà e monopolizzerà i nuovi saperi, dominando su una moltitudine di sudditi che di questi saperi saranno del tutto privati. Che alcune di queste intuizioni siano state argomentate da pensatori “reazionari” come Heiddeger o Carl Schmith non giustifica la scomunica nei loro confronti.

Qui abbiamo tratteggiato i principali contributi esposti al convegno. Sono seguiti gli interventi di alcuni dei presenti.

Che ad ascoltare ci siano state poche decine di persone è un peccato, ma prima ancora che essere un peccato è una disgrazia, la maledizione dei tempi che viviamo, la condanna all’ostracismo che pur senza essere formalmente comminata dal potere, colpisce il pensiero critico in ogni sua forma. Ed una delle ragioni è forse proprio questa dittatura tecno-scientifica, che nei cosiddetti “social media” raggiunge la sua massima pervasiva potenza. L’overdose informativa di fesserie paralizza le capacità critico-riflessive, inibisce la possibilità di porre domande radicali, e ciò conduce l’uomo sempre più lontano da sé stesso. Quando l’uomo non si pone un fine — non solo come meta, ma anche, come per i latini, come fīnis, come limite—, se la sola dimensione che concepisce e subisce è il presente, esso è già, solo per questo, un oltre-uomo, ma nel senso che è diventato simile ad un animale.

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