REDDITO O LAVORO? di Marco V. Passarella

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Marco PassarellaContro il neoliberismo“.
E’ questo il bel saggio di Marco Veronese Passarella [nella foto] da cui estrapoliamo il capitolo quarto dal titolo “Reddito o Lavoro?”.
Un tema che sarà discusso di sicuro al convegno “FUTURO AL LAVORO” che si svolgerà a Perugia il prossimo 3 giugno.

Nell’ultimo decennio il dibattito italiano sulle necessità di revisione del sistema di previdenza sociale è ruotato attorno alla proposta di introduzione di un reddito minimo garantito ovvero di un reddito di base incondizionato. [1] 
A destra dello schieramento politico, tale proposta è stata declinata prevalentemente in termini di sostituzione della molteplicità di sussidi elargiti dallo Stato (in forma di sussidi di disoccupazione, cassa integrazione guadagni, e così via) con un unico sussidio universale che consenta di superare le disparità di trattamento legate alla miriade di forme contrattuali introdotte a seguito dei provvedimenti di flessibilizzazione del mercato della forza-lavoro. Intesa come contropartita alla riduzione del grado di protezione contrattuale dei lavoratori, la proposta di reddito minimo incontra oggi – almeno sulla carta – un consenso piuttosto ampio, anche (e forse soprattutto) negli ambienti della sinistra di governo. Essa costituisce il principale pilastro della cosiddetta flexicurity.
Tale idea riecheggia, del resto, una vecchia suggestione di Milton Friedman, la celebre negative income tax (imposta negativa sul reddito o NIT), ossia un sussidio pari all’eventuale differenza tra una soglia minima di reddito imponibile stabilita per legge e il reddito effettivamente percepito in un certo nucleo familiare. [2]

A sinistra, soprattutto negli ambienti della sinistra radicale, la proposta di introduzione di un reddito di base incondizionato è, per contro, solitamente legata alla sua presunta natura di «salario sociale legato ad una contribuzione produttiva oggi non remunerata e non riconosciuta», quella dell’«intellettualità diffusa e [de] la dimensione cognitiva del lavoro» (Fumagalli e Vercellone 2013; cfr. anche Fumagalli 2013). Essa muoverebbe, insomma, dalla presa d’atto che il regime di regolazione post-fordista è caratterizzato da una quota crescente di «tempo di lavoro necessario» – per utilizzare una categoria cara al pensiero marxista – che non viene contrattualmente sanzionata. Tale flusso di «lavoro» cognitivo sarebbe erogato al di fuori dei luoghi tradizionalmente deputati alla produzione di merci, nell’ambito, cioè, di forme molteplici di interazione sociale che si vorrebbero immediatamente produttive di valore e di plusvalore. L’erogazione di un reddito di base incondizionato varrebbe, perciò, a ristabilire una corrispondenza tra contributo produttivo dei fattori della produzione e quota di prodotto sociale loro spettante. [3]

Lasciando da parte le ragioni che lo motivano, e concentrandosi sui suoi effetti potenziali, l’introduzione di un reddito di base incondizionato in un contesto di elevata flessibilità del mercato della forza-lavoro, di estrema debolezza delle organizzazioni dei lavoratori e di fragilità finanziaria degli Stati, solleva tre ordini di perplessità: due di natura economico-politica, e una di natura filosofico-sociale. Il primo ordine di perplessità concerne le possibilità di copertura finanziaria di tale provvedimento, dati anche i vincoli derivanti dall’adozione della valuta unica e dai trattati internazionali sottoscritti dallo Stato italiano. Da un calcolo preliminare dei costi ad esso associati sembrerebbe di poter concludere che l’estensione di un reddito di base incondizionato, ove tale reddito fosse rilevante, sarebbe incompatibile con un livello di pressione fiscale socialmente accettabile. [4]

In tal senso, più che fungere da elemento di ricomposizione della forza-lavoro, tale misura rischierebbe di produrre un’ulteriore frattura tra lavoratori stabili (e per questo contribuenti netti), da un lato, e lavoratori precari, inattivi ed altri sussidiati (ossia i beneficiari netti del provvedimento), dall’altro. Si potrebbe, forse, argomentare che la sostenibilità finanziaria (e sociale) del reddito di base potrebbe, almeno in linea teorica, essere sempre conseguita all’interno di un paese dotato di piena sovranità valutaria, mediante politiche di monetizzazione della spesa pubblica contratta a tal fine. Tuttavia, la prospettiva di un’uscita dall’Euro non viene mai evocata dai promotori di tale provvedimento. Un secondo ordine di perplessità rimanda al cosiddetto «effetto Speenhamland». [5]

Come segnalato da numerosi studiosi, sulla scorta del contributo di Karl Polanyi (1944), il rischio è che si crei una «dinamica per cui l’erogazione benintenzionata di un ‘sussidio’ che consente alle imprese di pagare retribuzioni più basse, nel tempo si trascina dietro al ribasso l’intera struttura dei salari, e finisce così col ritrasformare i lavoratori in mendicanti – tanto più quanto più la crisi morde» (Bellofiore 2012b). Lungi dal fungere da elemento di sostegno del potere contrattuale dei lavoratori, il reddito garantito o di base consentirebbe alle imprese di appropriarsi di quote crescenti di prodotto sociale netto, grazie ad una forza-lavoro atomizzata (per via dell’intermittenza lavorativa) e scarsamente incentivata alla rivendicazione salariale (per via della certezza di un minimo vitale).

Proprio il caso tedesco é emblematico in tal senso. Vi è, infine, una terza ragione di perplessità di ordine filosofico, peraltro gravida di conseguenze sociali. Lo scambio intermittenza lavorativa versus certezza dei flussi di reddito non fa i conti con la natura duale del lavoro salariato, che è sì «lavoro astratto», ossia attività produttrice di «valore (di scambio)» – e in quanto tale veicolo di alienazione e di sfruttamento – ma anche, al contempo, «lavoro concreto», ossia attività produttrice di «valori d’uso» – e in quanto tale elemento di definizione della propria identità individuale e sociale. Nel tempo, il combinato disposto di reddito garantito e precarietà lavorativa cristallizza i rapporti di produzione dati, elimina ogni residuo di «potere operaio» nella produzione, e dunque rafforza la divisione in classi della società capitalistica. [6] 

In altre parole, in assenza di un salario minimo e, ancor più, di un piano per la piena occupazione, la semplice erogazione di un sussidio monetario rischia di tradursi in degrado ed emarginazione sociale. Dai ghetti dei nativi australiani alle periferie berlinesi, gli esempi di come politiche di elargizioni monetarie possano produrre effetti socialmente regressivi non mancano. Di certo, tali politiche non paiono in grado, da sole, di prefigurare alcun rovesciamento nei rapporti sociali scaturiti dai processi di finanziarizzazione e globalizzazione che hanno investito le principali economie capitalistiche nell’ultimo trentennio, rischiando anzi di fungere da foglia di fico (o addirittura da amplificatori) di tali processi.

NOTE

[1] Non é questa la sede per una disamina approdondita circa i diversi significati attribuiti a ciascuna definizione dai rispetti promotori. Sinteticamente, la principale differenza tra il reddito di base incondizionato (o di cittadinanza o basic income) e il reddito minimo garantito é che il primo, a differenza del secondo, é universale e illimitato nel tempo. Per contro, il reddito minimo garantito si configura come una forma di sostegno per chi é temporaneamente disoccupato, é vincolato all’accettazione da parte del beneficiario di eventuali proposte di lavoro, e può essere erogato anche a chi percepisca un reddito da lavoro inferiore ad una soglia minima.

[2] Cfr. Friedman 1962. Tale proposta è stata successivamente rielaborata da Lampman 1969, e da Tobin et al. 1967.

[3] Così come il salario remunera il fattore «forza-lavoro» e l’interesse (o profitto) remunera il fattore «capitale», il reddito di base remunererebbe il fattore «cooperazione sociale» (incluso il «lavoro cognitivo»). Un corollario nascosto è che viene con ciò implicitamente accantonata l’idea classicomarxiana che il lavoro sia l’unica fonte del (valore del) prodotto sociale netto, e dunque del sovrappiù, giacché diversamente la richiesta di un salario sociale tornerebbe ad assumere unicamente la valenza di intervento redistributivo, cosa che viene esplicitamente negata dai suoi promotori. Si noti, in secondo luogo, che l’idea di fissare l’entità del reddito di base come quota di qualche altra variabile distributiva oggettivamente misurabile (si vedano, ad esempio, Fumagalli e Vercellone 2013, che parlano di 60% del reddito minimo), di nuovo sembrerebbe ricondurre le ragioni della sua rivendicazione nell’alveo dei provvedimenti di welfare tradizionalmente intesi. Analoghe considerazioni valgono nel caso in cui tale misura sia ricardianamente invocata in risposta alla «disoccupazione tecnologica» generata dalla modificazione della struttura produttiva delle economie avanzate (cfr. Gattei 2013).

[4] Un tentativo di quantificazione è stato fatto, tra gli altri, da uno dei maggiori promotori del reddito di base, Fumagalli (2012). In particolare, il costo complessivo per lo Stato italiano andrebbe dai 20 miliardi di euro necessari per garantire un reddito annuale di 7.200 euro (pari ai 600 euro mensili che definiscono la cosiddetta «soglia di povertà») ai circa 45 miliardi per un reddito annuale di 10.000 euro (in forma di sussidi e integrazione al reddito per circa il 21% della popolazione). Il costo al netto dei sussidi di disoccupazione e della cassa integrazione si aggirerebbe, invece, attorno a 5 miliardi e 26 miliardi di euro, rispettivamente. Si tratta di cifre ragguardevoli, ma teoricamente sostenibili mediante un programma di spesa in deficit. Sennonché, nell’ambito dei vincoli sul disavanzo pubblico imposti dai Trattati europei, il finanziamento di tale misura finirebbe per pesare sulla fiscalità generale fino a tre punti percentuali di PIL in termini lordi (o, comunque, oltre un punto e mezzo al netto delle voci di spesa eventualmente ridefinite in termini di reddito di base). Dato l’elevato livello di pressione fiscale italiana sui redditi da lavoro e d’impresa, non appare una strada facilmente percorribile.

[5] Dal nome del distretto inglese in cui, il 6 maggio 1795, venne adottato un sistema di sussidi a favore dei lavoratori poveri delle campagne. Tali sussidi comportavano l’integrazione del salario fino al raggiungimento di un livello prefissato, dipendente dal nucleo familiare e dal prezzo del pane.

[6] Una critica non dissimile al reddito di base è stata avanzata da Lunghini (1995), nonché, più di recente, da Bellanca e Baron (2013). La riduzione del lavoro a «disutilità» è, del resto, uno dei pilastri del pensiero economico dominante. Per una critica di tale prospettiva, si veda, tra gli altri, Spencer (2013).

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